Tra Frecciarossa e tazzina di caffè
Adoro il caffè. Ma ancora di più adoro i piccoli drammi che può scatenare. Prendiamo ad esempio il cappuccino serale.
Per molti è un innocuo modo per concludere un buon pasto, per ogni italiano invece è un'emergenza culinaria. Latte dopo il dessert? Inimmaginabile. È un po' come dover ascoltare un discorso di Donald Trump dopo l'opera. Si può fare. Ma è meglio evitare.
E poi c'è l'espresso. O meglio: il caffè. In Italia l'espresso esiste solo come tacito accordo. C'è il caffè. Punto. Chi ordina un caffè, riceve automaticamente un espresso (secondo la concezione dei turisti): piccolo, forte, senza compromessi. Ma se il cameriere riconosce un turista, diventa cauto. Quasi premuroso. «Intende un espresso?», chiede allora, non perché ci sia qualcos'altro, ma per assicurarsi che l'ospite non sogni segretamente un caffè americano. Una misura preventiva, quindi, sia dal punto di vista culturale che da quello della caffeina. Sì, è proprio quello che si intende. Sempre.
In Svizzera sento spesso la parola «espresso». Con la X. Ogni volta mi viene in mente il Frecciarossa che entra in stazione. Un caffè espresso, per favore, possibilmente a 300 km/h nella tazza. Deve essere veloce, è vero. Ma non sui binari.
Per questo ho preso una decisione per il nuovo anno: se la sera in Italia qualcuno accanto a me ordina un cappuccino, gli farò notare con gentilezza, ma in modo inequivocabile, che è una cosa davvero brutta. Per responsabilità culturale, ovviamente.
Possiamo pur sempre attenerci un po' alle culture culinarie, no? Non con ostinazione, ma con umorismo, rispetto e un piccolo sorriso nella schiuma di latte.
Buon anno, Marco Canonica