Umorismo invece di isterismo
La politica oggi è come un circo senza clown, solo che gli artisti indossano giacca e cravatta e nessuno ride.
Tra serietà, rivalità tra partiti e il continuo destreggiarsi tra i sentimenti degli altri, i politici dimenticano spesso che l'umorismo non è un segno di debolezza, ma uno strumento. Una battuta ben piazzata potrebbe allentare le tensioni, rendere meno rigidi i dibattiti e indurre anche il più rigido dei compagni di partito ad alzare brevemente gli occhi al cielo e sorridere.
Invece, ogni passo falso verbale viene immediatamente analizzato nei talk show come se fosse un atto di Stato. Un po' di autoironia, un occhiolino, magari un meme, e l'immagine sarebbe più umana, simpatica, tangibile. I politici farebbero bene a ridere più spesso: di se stessi, delle situazioni assurde, dei propri discorsi, che spesso potrebbero essere scritti meglio. Questo renderebbe il dibattito non solo più sopportabile, ma anche più creativo.
Naturalmente l'umorismo non è una panacea, non sostituisce concetti o programmi, soprattutto in questo difficile momento storico. Ma siamo sinceri: se già la vita quotidiana dei cittadini è complicata, perché la politica dovrebbe essere così rigida e noiosa? Un po' di ironia qui, un sorriso là, e già la democrazia sembra meno un obbligo e più una conversazione tra persone.
La mia proposta: l'umorismo potrebbe essere l'olio lubrificante per la macchina pesante della politica. Chi ride pensa più liberamente. Chi pensa più liberamente agisce forse in modo più intelligente. Chi agisce in modo più intelligente... beh, almeno ogni tanto può ridere di sé stesso di cuore.
Ridere è la migliore politica – e l'unica legge che non dà mai fastidio, Marco Canonica