Il paradiso viziato
Viviamo in un paradiso. Pulito, sicuro, solvibile. I treni circolano, l'acqua scorre, le istituzioni funzionano.
Da noi la libertà non è uno slogan eroico, ma un'infrastruttura, anzi, parte della vita quotidiana. Eppure sembra stranamente addomesticata.
Ci piace confondere la libertà con la scelta. Dodici modelli di assicurazione sanitaria, cinquanta tipi di yogurt, votazioni trimestrali. Possiamo decidere, continuamente. Ciò che pratichiamo meno è convivere con le conseguenze. In questo Paese la libertà è organizzata alla perfezione. La responsabilità è piuttosto esternalizzata a livello individuale.
Abbiamo minimizzato i rischi, assicurato, regolamentato. La sicurezza è il nostro sentimento nazionale. È una scelta intelligente, impressionante dal punto di vista civile e allo stesso tempo un po' rassicurante. Perché dove nulla deve andare storto, si rischia meno. Chi ha molto da perdere ci pensa due volte. E osa meno.
La libertà di espressione è per noi scontata. Ma tra poter e voler c'è una linea sottile dettata dalla paura di rovinare la propria reputazione. Non è lo Stato a censurarci, spesso lo facciamo noi stessi. Per cortesia. Per prudenza. Per pianificare la nostra carriera.
Forse il nostro paradiso non è una gabbia, ma uno specchio. Ci mostra che la libertà non consiste nel scegliere tra diverse opzioni, ma nell'assumersi la responsabilità della scelta fatta. Senza scuse, senza capri espiatori, senza critiche al sistema come tranquillanti.
La libertà non è un centro benessere. È una palestra. E forse ogni tanto un po' di indolenzimento muscolare ci farebbe bene.
di Marco Canonica