Il pollice è stanco

So bene che un divieto sui social media può sembrare, a prima vista, come un divieto di ballare (ricordate Footloose?), un divieto di fumare e un divieto di divertirsi, tutto in uno.

Guastafeste, nemico del progresso, idea da nonni. Eppure mi sorprendo a pensare sottovoce: Hm. Forse non è poi così stupido.

La Spagna vuole vietare l'accesso ai minori di 16 anni, Australia, Gran Bretagna e Danimarca stanno marciando nella stessa direzione e in Svizzera quasi l'80% è d'accordo. Elon Musk, dal canto suo, si infuria e definisce Pedro Sánchez un tiranno, il che dimostra quanto sia grave la situazione, se persino i miliardari si innervosiscono.

Non mi interessa la morale, né la nostalgia. Mi interessa il tempo. I minuti. Le ore. Interi pomeriggi che attualmente vengono sprecati in video di gatti, loop di indignazione e apocalissi generate dall'intelligenza artificiale. Un divieto regalerebbe soprattutto una cosa: tempo libero. Tempo per parlare. Parlare davvero. Fisicamente. Con persone sedute di fronte a noi e non ottimizzate da un algoritmo.

Naturalmente non tutti i post sono spazzatura. Ma troppi sono rumorosi, stupidi o pericolosamente intelligenti. E l'intelligenza artificiale è ormai in grado di fare cose che non abbiamo ancora imparato a temere davvero. Forse una pausa non sarebbe censura, ma un respiro collettivo.

La mia proposta: non vietiamo i social media per sempre. Vietiamoli in via sperimentale. Come una cura digitale di digiuno. Chi dopo vorrà ancora scorrere i post, lo faccia pure. Ma forse ci accorgeremo che le conversazioni vere hanno bisogno di meno like. E hanno un effetto molto più duraturo.


#vietare #unprova    di Marco Canonica