L’Italia non è sfortunata – l’Italia non ha un piano
In realtà mi ero ripromesso di tacere, qui nel Sud Italia. E invece, da ore cade una pioggia ostinata, come se perfino il cielo avesse deciso di adeguarsi all’umore generale. L’Italia piange – per il tempo, e ancor più per l’eliminazione di ieri. È probabilmente questa strana miscela di malinconia e ostinazione che mi spinge ora a mettermi a scrivere.
L’Italia non è fallita – è stata smascherata. La nuova mancata qualificazione a un Mondiale non è un incidente sfortunato, né una partita stregata, né un pallone che sfiora il palo per centimetri. È la conclusione logica di uno sviluppo che in Serie A si porta avanti da anni, a occhi aperti – o meglio: che si trascura.
Chi ora disseziona la Nazionale pratica solo una cura dei sintomi. La malattia è più profonda. Si chiama breve termine, si chiama impazienza, e porta la firma dei club.
La Juventus, per esempio, da anni assomiglia a un’azienda senza strategia, ma con un budget sempre più generoso per gli acquisti. Identità? Negoziabile. Settore giovanile? Zavorra. Invece di costruire un’ossatura con i propri talenti, si sostituisce, si sposta, si corregge – come se la coesione si potesse importare. Il risultato è una squadra che sa fare molte cose, ma raramente sa cosa vuole essere.
Anche Milan e Lazio seguono questo riflesso: meglio l’effetto immediato che l’idea sostenibile. Allenatori come materiale di consumo, rose come cantieri aperti, filosofia come slogan di marketing. Si insegue il successo – e si perde la direzione.
Il contrasto non potrebbe essere più evidente. Il Bodø/Glimt punta su un sistema chiaro, su un’identità nazionale, sulla pazienza. Diciannove norvegesi in rosa – non è un caso, è un programma. E il piccolo FC Thun in svizzera? Il club rappresenta in modo esemplare ciò che l’Italia ha disimparato: anni di costruzione, un allenatore, un piano – e ora, con ogni probabilità, la ricompensa sotto forma di titolo. Davanti al Basilea, davanti allo Young Boys – davanti a tutti quelli che per troppo tempo hanno vissuto di rendita.
Questo non è romantico, è coerente.
E l’Italia? Si concede il lusso di diffidare dei talenti prima ancora che possano permettersi di sbagliare. Investe milioni in giocatori già pronti e risparmia sul coraggio. Un piano quinquennale? In Serie A suona quasi rivoluzionario – eppure sarebbe semplicemente sensato.
Un piccolo spiraglio di luce è rappresentato dalla Roma, dove l’influenza di Gian Piero Gasperini lascia almeno intuire che il calcio possa essere qualcosa di più di una reazione frenetica. Ma anche qui vale lo stesso principio: un’idea è forte solo quanto la pazienza che le si concede.
L’Italia non ha un problema di talento. Ha un problema di credibilità. Finché i club continueranno a comportarsi come se il futuro si potesse comprare invece che costruire, la Nazionale resterà lo specchio di questa autoillusione.
Forse non serve un grande programma di riforme. Forse basta una presa di coscienza scomoda: il calcio italiano non ha perso la strada – non ha mai davvero deciso quale strada voler prendere.
di Marco Canonica