La bugia di cortesia

Ci sono quei momenti sulla soglia in cui le parole corrono più veloci della verità. «Dobbiamo assolutamente vederci».

Una frase come i coriandoli: colorata, leggera, e dopo tre secondi giace triste sul pavimento. Io resto lì, a metà tra il congedarmi e l’essere invitata, e mi chiedo: era una promessa, o solo un riflesso di cortesia?

Spesso sono proprio le stesse persone a coltivare queste frasi di circostanza come una pianta da appartamento senza acqua. La prima volta annuisco ancora con cordialità. La seconda volta sorrido con benevolenza. La terza volta capisco: non è un invito, è un rituale. Una stretta di mano sociale senza mani, una vicinanza senza rischi. Lo si dice perché si vuole essere gentili. O perché si spera che l'altro prenda l'invito sul serio tanto quanto noi: per niente.

Eppure… rimane una piccola fitta. Perché da qualche parte, tra le parole, si nasconde un desiderio: quello di un incontro autentico, di un tempo che non sia solo una promessa.

La mia soluzione? Non sto più al gioco. Prendo la frase alla lettera, con un sorriso un po’ troppo diretto: «Con molto piacere. Mercoledì prossimo, alle 19. Porto io il vino.» E poi accade la magia. O cala improvvisamente il silenzio – oppure si concretizza tutto. Entrambe le cose sono sincere.

E l'onestà, ho imparato, è la forma più scortese di cortesia.

Di Marco Canonica