La precisione dell'approssimativo
La domanda più difficile in una relazione non è «Mi ami?».
È: «Cosa mangiamo?»
Una domanda apparentemente innocua. Quattro parole. Nessun rischio. Nessuna pressione.
Eppure: l’inizio della fine di una serata rilassata. Allora chiedo: «Cosa mangiamo?» Lei risponde: «Non mi interessa.»
«Non mi interessa» in questo contesto non è una risposta. È una trappola.
Faccio qualche proposta. Pasta. «Hmm.»
Carne. «Non lo so.»
Pizza. «Non mi va molto.» Oppure andiamo al ristorante italiano? «È aperto oggi?»
Comincio a capire: qui non si tratta di cibo. Si tratta di precisione. Di indovinare un'idea molto specifica, ma top secret. Dopo il quinto suggerimento dice: «Mi andrebbe qualcosa di leggero.»
Leggero. Un concetto elastico. Per me significa: insalata.
Per lei, a quanto pare: qualcosa di caldo, ma non troppo pesante, né troppo piccolo, ma per favore con gusto. Le propongo qualcosa che soddisfa tutti questi criteri. Lei dice: «Sì… ma non oggi.» Divento più calmo. Più analitico. Comincio a riconoscere schemi che non esistono. Penso in modo strategico. Forse il silenzio è la soluzione.
Dieci minuti dopo dice: «Potremmo semplicemente ordinare una pizza». Pizza. La proposta che avevo fatto proprio all’inizio. La proposta che allora era stata categoricamente esclusa.
Annuisco. Con calma. Con saggezza. Quasi illuminato.
Amare non significa essere sempre capiti.
Amare significa accettare che «non mi interessa» sia un’opinione molto concreta.
Basta solo interpretarla in modo abbastanza sbagliato.
Di Marco Canonica